ARCHIVIO CATTANEO

«Il problema della nostra comunione con l'infinito è l'unico problema che veramente esiste...

Ognuno di noi, artista o non artista, desidera infinitamente. Ogni desiderio conseguito crea in moi la noia, ossia il desiderio di un'altra cosa, così senza requie. Il desiderio genera il dolore quando non è appagato e genera la noia quando è appagato e così per sempre, e così il mito delle danaidi, che riempono eternamente botti senza fondo. È il mito della nostra vita, anche di coloro che non sono filosofi ma lo sono in questa ricerca della felicità.

Non si è mai pieni, in quanto pascendosi di cose finite il vuoto originario terribile che esiste fra la nostra anima che non ha tempo né spazio e le cose temporali e spaziali è incolmabile.

In queste controversie si cela il maggior dramma del genere umano, ossia il dramma fra il desiderio e il conseguimento, ossia tra l'uomo e Dio.

L'uomo è finito, Dio è infinito...

Novalis concepì per primo l'arte come apparizione dell'infinito e come trasfigurazione totale dell'universo, ossia come ritmo che il creatore imprime all'universo per trasfigurarlo, onde egli partendo dall'infinità dell'io trovò in ogni nostra vemozione un richiamo cosmico, un'infinità capace di travolgere e trasigurare il mondo...

L'uomo superiore, religioso, filosofo o artista, trova nel sentimento la via verso l'infinito e quindi perviene a uno stato d'animo unitario splendido assoluto. Tipico L'Infinito di Leopardi: non vi è nulla di più semplice de L'Infinito di Leopardi. Egli sa trovare il tutto nel nulla...

L'opera d'arte è stata definita da Kant l'infinito che si affaccia al finito, ossia l'infinito che nella sua pienezza s'armonizza nel finito...»

Fanco Ciliberti

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