ARCHIVIO CATTANEO

Incipit

Socrate aveva appena iniziato un discorso. Fidia, piccolo e corpulento, era appoggiato a un'erma, davanti alla casa di un certo Aristobulo.

- La domanda è questa, - disse Socrate, - che cosa è la scultura?

Fidia fece con la mano un gesto di impazienza.

  • Non è che teoria, - disse bruscamente, - non voglio discuterne. Io non parlo con un blocco, piuttosto comincio a scalpellarlo.

- Il sapere è una virtù, - aggiunse Socrate con naturale sicurezza. - Se tu tratti la pietra senza saper ciò che fai, sei tanto colpevole quanto un assassino che uccide senza capire cosa stanno facendo le sue mani.

- Ma io so ciò che faccio, - protestò Fidia, - quando creo una testa con il marmo! Altrimenti uscirebbe una ben altra testa!

Socrate non era d'accordo. Il corpo non è che la prigione in cui è rinchiusa l'anima; e come poteva ora Fidia accontentarsi di imitare soltanto la gabbia?

Fidia aveva sete e si diresse verso casa sua vicino all'Acropoli. Socrate, che tuttavia aveva rifiutato l'invito a bere, accompagnò il maestro per un tratto di strada con la speranza di continuare il discorso. Fidia rispondeva alle domande in modo brusco e malvolentieri, perciò Socrate si astenne dal farne altre e in silenzio giunsero alla casa di Fidia. Dimenticando il suo rifiuto, Socrate seguì lo scultore verso il μέγαρον; lasciò ch'egli versasse il vino di Chios, dopo di che iniziò nuovamente a parlare.

- Se ho ben capito, scolpire è come tastare. Le mani sentono le curve della testa e del corpo, accarezzando il marmo, e danno alla materia la forma voluta. Dunque quest'arte non è che un'arte di superficie che non ha nulla a che fare con l'anima.

Fidia depose il boccale sul desco e guardò incerto Socrate, temendo che la sua mente si fosse intorbidita.

- Farò una scommessa, - disse dopo che il suo sguardo indagatore lo aveva tranquillizzato, - quello che tu chiami anima lo esprimerò nella pietra.

Socrate sembrò molto soddisfatto di questa proposta.

- Bene, - disse. - Benissimo. Nomineremo una giuria. Parrasio giudicherà la somiglianza fisica della tua statua e io controllerò che l'anima si sia manifestata in tutta la sua luce.

Fidia sorrise dell'ingenuo ardore con il quale Socrate aveva nominato se stessoarbitro in un affare che riguardava entrambi. Ma consapevole delle sue forze non replicò nel merito e disse: - E il modello?

Anche per questo Socrate ebbe una risposta pronta:

- Rodia, l'etèra. Non si può trovare in Atene una donna più bella, ma neanche una donna nel cui corpo l'anima meni un'esistenza più compassionevole.

Socrate trovò Rodia a casa. Giaceva su un divano nella loggia della sua ricca dimora. La schiava, che aveva introdotto Socrate, su richiesta di Rodia portò un secondo divano e iniziò a mescere il vino.

Rodia era bella; il suo volto ovale dal colorito d'avorio aveva un'espressione piena di grazia. Il naso dalla forma perfetta e i capelli semplicemente ondulati davano al viso una linea severa, che gli occhi mitigavano e che la bocca sensuale semiaperta a guisa di un calice interrompeva.

Socrate non seppe trovare subito le parole adatte. Si sentì a suo agio solo quando i suoi occhi si rivolsero altrove; lodò dapprima il vino, che era freddo ed eccellente, e infine la bella casa ombreggiata e la sua padrona.

- Adulatore! - disse ridendo Rodia con un tono scevro di ogni vanità. Non l'uomo l'attraeva. La sua natura onesta, goffa nei modi ma cristallina d'intenzione la inducevano a guardare il pensatore con gli occhi di figlia.

Socrate non protestò, posò lo sguardo su di lei, e disse franco:

- Tu sei bella, Rodia, più bella di qualsiasi altra donna ch'io abbia mai conosciuta.

Rodia si fece seria.

- Tutti gli uomini lo dicono, - riprese con tono consapevole e disingannato.

In Socrateil demone della libido si era ammansito. La guardò tranquillamente, mentre giaceva semisdraiata, flessibile come un leopardo, il corpo totalmente rilassato.

- Paneno non ha voluto fare il tuo ritratto? - domandò.

Rodia lentamente alzò lo sguardo su di lui, poi lo fissò penetrante, di sottecchi. Era una vecchia storia che aveva fatto tanto rumore. Secondo alcuni, il ritratto di Rodia era appeso nel palazzo di uno dei re della Grecia Occidentale; secondo altri era Paneno stesso che lo teneva nascosto. Perché Socrate si era informato di Paneno?

- Avrebbe ben voluto farlo, - Rodia rispose, - ma non vi è mai riuscito.

La schiava portò di nuovo del vino. Sotto il porticato il fresco era delizioso, i raggi del sole cadevano quasi a picco cosicché l'aiuola al centro del peristilio veniva a trovarsi in piena luce. Socrate volse lo sguardo verso i fiori che la fontana scintillante sovrastava, e disse lentamente:

- Suo fratello vuol modellarti.

Suo fratello, Fidia. Rodia abbozzò un sorriso sdegnoso.

- No grazie! Altri pettegolezzi!

Ma Socrate non si diede per vinto. Mise con un gesto persuasivo la mano sul braccio di lei: - Rodia, e se te lo domandassi io?

Rodia tacque, sorpresa, e poi venne la domanda che Socrate aspettava.

- Perché?

Per un momento gli venne l'idea di raccontare a Rodia il discorso avuto con Fidia. Ma si trattenne e disse:

- Perché la bellezza del tuo corpo deve essere conservata per i posteri? ... È la bellezza della tua anima, Rodia, ma di questo non ne parlo. Pochi credono che tu abbia un'anima, gli intransigenti censurano la tua vita, ma per quel che so io...

Rodia rise. La piccola risata gorgheggiante annunciò a Socrate che aveva guadagnato la causa.

- Ma perché no?

archiviocattaneo@libero.it