ARCHIVIO CATTANEO

Noi approdammo sull'altra riva del lago. Oltre la scarpata pietrosa,c'era un pianoro dove pascolavano molte bestie. Genziane, violette e myosotis blu cupo dei Carpazi ci osservavano con i loro dolcio cchi floreali. Avevamo lasciato dietro di noi vecchie essenze conosciute, l'abete stesso era quasi scomparso ai nostri occhi, ma in cambio ne salutavamo di nuove, di taglia piccola e tozza: il pino a cinque foglie, il mirtillo, la sassifraga, la felce siberiana. Il muschio d'Islanda rivestiva le rocce d'un tocco d'argento; il rododendro, che gli Hutzuli chiamano "rosa dei Carpazi", spandeva il suo fresco profumo.

Così la solitudine grandiosa del deserto ci aveva accolto. Man mano che le nuvole si dissipavano, ci scoprivamo circondati da unquadro in movimento di immagini magiche: rocce erte o coperte

in sommità da neve scintillante, d'un candore bianco intenso, o inguisa di muraglie granitiche, d'un verde pallido, nelle quali brillavano al sole, quasi diamanti incassati, magnifici cristalli di quarzo. Un

serpente si drizzò sulla pietra dove si scaldava al sole e ci guardò.

Le donne lanciarono gridi acutissimi, il professore accorse con l'intento di ucciderlo. - Non percuotere la saggezza, altrimenti tua madre è morta, - sentenziò l'haydamak. E, quando il professore si fu infine deciso a lasciare in pace l'animale, aggiunse: - Il serpente sul nostro cammino aiuta il vegliardo ad avvicinarsi alle donne, porta fortuna, e bisogna onorarlo.

E in effetti, il serpente ci portò fortuna, perché, quando arrivammo in una parte alta, un forte vento spazzò via le nubi e le mise in fuga, come fa il lupo quando si avventa in mezzo a un gregge di agnelli.

Già la Čierna hora era davanti a noi con le sue tre corone reali e i suoi ventisette satelliti. Il nostro cuore aveva quasi cessato di battere, tanto era impressionante la vista che ci si offriva sui due lati, a est e a ovest, sopra le brulle vette della montagna illuminate intensamente e la chioma bruna degli abeti. L'occhio planava, come un volo d'aquila, su questo panorama senza limiti. Nubi bianche dondolavano nell'etere scintillante, proiettando grandi ombre ondulate.

Da un lato, l'occhio distingueva l'Ungheria, dall'altro abbracciava le pianure della Galizia. Colonne di bruma mattutina si alzavano come fossero fumo di olocausti. Entro le masse verdi scure si intravedevano profondità misteriose. I pascoli vellutati brillavano d'un lucore smeraldino fra le abetaie scure, contro le quali i flutti dorati d'un mare di grano sembravano infrangersi, per poi riprendersi senza ostacoli fino alla linea rosata dell'orizzonte e ancora più in là.

In questa immensità biondeggiante, scorrevano fiumi e ruscelli simili a serpenti argentati, mentre i villaggi si susseguivano come fossero tante navi delle quali il campanile della chiesa formava l'albero maestro. Macchie e punti bianchi ornavano le fasce blu che all'orizzonte sembravano galleggiare ai piedi delle montagne. Il sole inondava con la sua calda luce creatrice i due mondi dell'Oriente e dell'Occidente. Qui c'è l'Europa morente, decomposta, come le pietre che si sbriciolano sotto i nostri piedi, con i suoi popoli, fiaccati da tutti i mali che producono ricchezza e caducità; non c'è nulla ch'essa non abbia scrutato, classificato, definito; ciononostante l'immortale Iside la guarda con la pietà delle sue migliaia d'occhi impenetrabili. Là al contrario c'è questo giovane Oriente che raccoglie con orecchio infantile i misteri che la creazione rivela, che li spinge amorosamente nel suo cuore, penetrato dalla potenza della natura e da una fede profonda in un destino immutabile, fisso per l'eternità; non è oppresso da nessun passato, non è tormentato da nessun ricordo, attende il futuro senza speranze folli, ma anche senza timore.

I miei compagni erano già discesi da un bel pezzo, io ero rimasto ancora lì, incantato da quella visione meravigliosa. Sotto di me avevo lasciato il fumo dei villaggi, i vapori pestilenziali delle città, il febbrile e turbinoso formicaio umano, la proprietà, la guerra, l'odio, la morte e le razzie, tutto questo mondo imbellettato con le sue mi sere vacuità. Diceva bene il vecchio haydamak: è solo sulle montagne che si trova la pace, nelle alte regioni dove non fiorisce che il povero muschio sull'arida roccia, dove il cuore dell'uomo non potrebbe respirare a lungo, perché ogni suo battito vuol dire querela, discordia, litigio, inseguimento, ... e poi cos'altro?... Qui finisce

il dominio degli uomini, qui regnano le potenze elementari e primitive, qui regna la morte!

Tutto il mio essere si era intorpidito, mi sembrava d'essere diventato pietra fra le pietre. All'improvviso una voce mi risvegliò e produsse su di me l'impressione deliziosa d'un sorso d'acqua nel deserto.

- È ora! - sollecitò il vecchio haydamak, simile anche lui a una pietra maestosa e grigia. - È ora di tornare! - ripeté con quel suo timbro caldo e penetrante levandosi lentamente dalla roccia sulla quale si era seduto.

E tornammo verso la razza di Caino.

archiviocattaneo@libero.it